Il mare insegna

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In porto con il brutto tempo che si avvicina, foto presa dalla coperta di Olga

Ho seguito l’ultima edizione della Vendèe Globe.
Per me è stata la prima volta.
In genere non amo seguire le competizioni sportive, e infatti mi ricordo di essermi veramente appassionata solo quando gareggiava Alberto Tomba tra gli anni Ottanta e Novanta. All’ora di pranzo mi attaccavo alla televisione per seguire questo grandissimo sciatore italiano che faceva stare in ansia fino all’ultimo secondo; dal divano gridavo “Vai Alberto, vai” e mi entusiasmavo come non mai.
Mi è successo qualcosa di simile seguendo i primi arrivati nei giorni scorsi della Vendèe Globe.
Anche questa volta dal calduccio di casa.

La Vendèe Globe è cominciata circa ottanta giorni fa: ho assistito dal salotto dell’appartamentino di Propriano alla partenza di questi uomini e donne che dal porto francese di Les Sables si apprestavano a compiere un giro del mondo, in barca a vela.
Le barche all’ormeggio a Les Sable prima della partenza della Vendèè Globe 2000
Il Capitano avrebbe voluto essere fisicamente in Vandea, e non sarebbe stata la sua prima volta, ma a causa della pandemia è stato costtretto ad essere presente solo con lo spirito. Mi ha spiegato cosa stava per cominciare: una prova fenomenale! Questi marinai affrontano in solitaria mari e venti pericolosissimi, contando solo su se stessi, rimanendo per giorni lontani da tutto e tutti, sfidando la potenza della natura e anzi, sfruttandone le forze per avanzare e battere gli altri concorrenti con coraggio, tenacia, intelligenza, tattica.
Così detto mi sembrava una cosa grandiosa, ma solo nei successivi giorni ho capito cosa questo volesse dire. Quando la mia beniamina Clarisse ha iniziato a piangere qualche giorno dopo per un’ustione che si era provocata bevendo un tea caldo, mi sono veramente immedesimata nell’impresa.
Una gigantesca onda
Questi marinai sono veramente da soli ad affrontare tutte le piccole e grandi difficoltà che possono capitare su un’imbarcazione in mare aperto, ma in condizioni veramente estreme. Basta guardare uno dei loro video per rendersi conto della enormità delle onde che hanno solcato: onde di un paio di piani di un edificio, per intenderci, con un vento spaventoso, dai 30 ai 50 nodi, rafficato per la maggior parte del tempo.
Io, con la cerata in navigazione su Olga

In quelle condizioni non so quanti marinai si siano mai trovati: i diportisti come me generalmente con previsioni infinitamente migliori non abbandonano il porto e si prendono mani di terzaroli per ridurre l’impatto del vento, se proprio si è fuori in mare.

Loro, invece, cercano la velocità massima, portano l’imbarcazione al limite, perchè in fondo è una competizione, e sono lì per vincere.
Ma non competono solo tra loro, sfidano anche se stessi e superano le proprie paure.

Sono rimasta attonita di fronte a quello che è successo ad un certo punto ad Alexia Barrier; si è resa conto che il suo idrogeneratore non caricava più, se non lo riparava, e in fretta, non sarebbe nemmeno riuscita ad arrivare sana e salva in qualche porto per effettuare la riparazione, poichè gli strumenti di bordo avrebbero smesso progressivamente di funzionare. Era veramente “in the middle of nowhere”, espressione che io amo tanto usare quando sono nel mezzo della campagna e non vedo segni di vita umana; beh lei era veramente sperduta nel nulla, per l’esattezza a circa 2700 km da ogni abitato nel mondo, in mezzo all’Oceano Pacifico, ovvio, proprio nel mezzo, solita legge di Murphy! L’unica soluzione era riparare il pezzo, e siccome la fortuna è cieca, per ripararlo doveva andare fuoribordo, e stare con i piedi nell’acqua gelida, con il solito ventone, e la barca sbandata, e ovviamente, nessuno a darle una mano.
Ha detto che ha avuto più paura al pensiero di fare la riparazione che quando l’ha effettuata.

Già, quante volte ci fermiamo di fronte alle cose della vita che ci spaventano e scegliamo la soluzione apparentemente più semplice, che ci fa meno paura, e restiamo nelle nostre comfort zone.
La verità è che lei non aveva alternative, nessuno a cui passare il problema, nessuno che potesse risolverlo al posto suo, o potesse solo pensare “lo affronto un altro giorno, ci penserò domani”.
“Il mare ti dà l’opportunità di crescere” sono tra le prime parole che ha detto l’unico italiano a partecipare all’edizione di quest’anno, Giancarlo Pedote, dopo il suo storico arrivo; è quello che penso anch’io.
In mare hai tempi stretti per decidere, e fare.
Niente “seghe mentali”, quelle che mi assillano in città, per dire.
Affrontare le nostre paure credo sia un’ottima occasione per diventare persone migliori.

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