Convivenza

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coperta del ponte di una barca a vela con ragazzi che chiacchierano in costume

Sono seduta in barca, su Olga, in dinette. Fuori piove.

Penso alla convivenza, o meglio, al convivere, al vivere con qualcuno. In spazi limitati, ristretti. Forzatamente negli stessi spazi. Sì perché se piove e non sei ormeggiato in porto, e non è estate, non è che discuti e prendi il tender (nel nostro caso poi sarebbe una canoa, di quelle gonfiabili, eh) e ti immergi nei marosi per pensarci su. Anche alla stupidità c’è un limite, seppure talvolta io mi debba ricredere anche di questa affermazione.

Insomma la convivenza in barca teoricamente non dovrebbe essere una cosa facile.
Invece non è così. E non mi baso solo su questa mia ultima esperienza, che mi sfalsa anche tutta la media. In due, in dieci metri, nei primi mesi dell’innamoramento. No, decisamente questo non fa testo, direi di toglierlo proprio dalla campionatura dei dati per la statistica, assolutamente non scientifica, che sto cercando di fare.

Per molti anni però, con più o meno la stessa compagnia di circa dieci persone, ho solcato i mari durante le ferie estive, qualche weekend, qualche ponte. Un gruppo di amici che in barca a vela obbedivamo ciecamente al Capitano. Quando lui diceva “pronti alla vira” anche la più sfacchinata del gruppo prendeva il suo posto. Si rispettavano i turni per il bagno, per chi cucinava, chi lavava i piatti, chi si occupava dei parabordi, chi dell’ancora, chi del tender. Per il resto del tempo, le coppie tra loro discutevano esattamente come sempre, esattamente delle solite cose. E gli amici d’infanzia si rinfacciavano le solite mancanze, ridevano degli stessi ricordi, con l’immutato affetto da anni.

Mi sono imbarcata anche con persone che non conoscevo, a volte sono nate belle amicizie, a volte ho letto molto.

Credo che il rispetto delle regole, che in barca significa sicurezza e benessere per tutti, rendano la convivenza in barca a vela quello che mi auspicherei per la società: darsi tutti da fare per il bene comune, tendersi una mano, secondo le proprie capacità. Gli attriti sono inevitabili, dovuti alle caratteristiche personali, ma sono sempre risolvibili, se c’è la volontà di farlo.

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